martedì, maggio 03, 2011

Le aporie del neoliberismo: manca una teoria del potere (e delle istituzioni)

Milton Friedman in una copertina di Time

Il primato della politica, non dell’economia

di Paolo Bonetti (Critica liberale, aprile 2011)

La prima edizione americana del libro di Milton Friedman, Capitalismo e libertà, è del 1962, in piena età kennediana: nell’introduzione (si veda la traduzione italiana, pubblicata l’anno scorso, con prefazione di Antonio Martino, da IBLLibri) l’autore contesta subito un passo del discorso d’insediamento di Kennedy alla Casa Bianca, quello in cui il neopresidente afferma: «Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese». Per l’economista, «nessuna delle due proposizioni dell’alternativa offerta da Kennedy descrive un rapporto fra il cittadino che sia degno degli ideali di uomini liberi che vivono in una società libera». La prima ha un sapore paternalista che «lascia intendere che il governo è il tutore e il cittadino il discepolo»; la seconda è, addirittura, una formula organicista che vede il governo come «un signore o una divinità», mentre il cittadino regredisce al ruolo di servo o di fedele. Per il liberale/liberista Friedman, il paese è soltanto «l’insieme degli individui che lo compongono, e non un’entità che li trascende». In quanto al governo, esso non è che uno strumento per mezzo del quale i cittadini possono esercitare la loro libertà di perseguire scopi del tutto privati, le cui provvisorie e casuali convergenze debbono essere unicamente determinate dal libero gioco del mercato: si deve limitare, quindi, a tutelare le nostre libertà dai pericoli esterni e da quelli interni. Una concezione, questa dello studioso di Chicago, di rigido individualismo liberale, un po’ attenuata dal richiamo a un «comune retaggio» e a «comuni tradizioni».

Diciamo subito che sulla critica all’organicismo politico non si può che essere d’accordo, ma ci si deve chiedere se questo liberalismo così esasperatamente individuali- sta si sia mai incarnato in una qualche realtà storica o non sia piuttosto uno schema ideologico tanto suggestivo quanto irrealizzabile, dal momento che i regimi liberali effettivamente esistenti o esistiti, hanno sempre coniugato le libertà individuali, da quella religiosa a quella economica, con un preciso quadro istituzionale, il cui mantenimento è essenziale per il pieno godimento di queste libertà. In questo senso, aveva pienamente ragione Kennedy quando invitava i cittadini a chiedersi che cosa potevano fare per il loro paese, che è appunto quell’insieme di istituzioni non solo giuridiche, ma anche morali, che serve da indispensabile supporto all’esercizio non astratto e campato nel vuoto di tutte le nostre libertà. Che cosa sarebbe mai la stessa libertà economica se essa non si esercitasse, come sembra ritenere lo stesso Friedman, in un quadro di ben articolate regole giuridiche? Ma non è solo questione dileggi e regolamenti, poiché le istituzioni del liberalismo vivono e si mantengono soltanto se c’è nei cittadini un pathos morale verso le stesse, il riconoscimento, più o meno consapevole, che c’è, nell’etica liberale, qualcosa che trascende la mera ricerca del benessere individuale e della sicurezza. Troppo spesso si ritiene che il riconoscimento di alcuni obblighi morali comuni costituisca un ostacolo all’esercizio dei nostri diritti, e che la consapevole e libera sottomissione degli individui alle istituzioni ci conduca, inevitabilmente, verso lo Stato etico e un governo dispotico. Ma «fare qualcosa per il nostro paese» significa che esiste una comunità liberale, nella quale la questione dei diritti s’intreccia con quella dei doveri che ci competono in quanto individui che superano di continuo la semplice dimensione dell’utile economico.

Il welfare state, una della più grandi conquiste civili del Novecento, non ha generato, contrariamente a quello che sostengono i neoliberisti, un grave deperimento della società aperta per far posto a un soffocante dirigismo governativo che, dal campo economico, si è poi esteso a tuffi gli altri settori della vita sociale. Gli interventi della politica per cercare di riequilibrare diseguaglianze moralmente inaccettabili per la coscienza civile del nostro tempo, giusti o sbagliati che siano stati nelle particolari contingenze storiche in cui si sono verificati, avevano lo scopo di dare a tuffi maggiori opportunità di far valere doti intellettuali e morali che rischiavano di restare irrealizzate per condizioni di vita economicamente e culturalmente inadeguate alla loro manifestazione e al loro sviluppo. Nell’essenza del liberalismo c’è un primato della politica che gli economisti e gli ideologi del neoliberismo non riescono a comprendere, perché la loro libertà non è quella di individui consapevoli che lottano assieme, fra mille tentativi ed errori, per costruire il loro futuro, ma piuttosto quella di un preteso ordine naturale che ignora il ruolo attivo delle istituzioni nel garantire, promuovere e allargare le libertà.

lunedì, novembre 08, 2010

Intervista interessante sul tema più dibattuto in Italia/ La nuova organizzazione del lavoro alla Fiat

Dall'operaio-massa alle prese con la fabbrica di Taylor e Ford...

PARTECIPAZIONE E INNOVAZIONE

Il sistema adottato a Pomigliano, il Wcm, è solo un’evoluzione del toyotismo, e anche l’Ergo Uas ha più uno scopo ergonomico che di controllo; l’errore dei sindacati di non aver chiesto, in cambio di innegabili sacrifici, una maggiore partecipazione degli operai alla progettazione; i contratti ''a menù''

Luciano Pero è docente di Organizzazione per il Mip Politecnico di Milano e professore a contratto di Sistemi Organizzativi presso la Facoltà di Ingegneria dei Sistemi sede di Como. Si interessa di innovazione organizzativa, architetture dei sistemi informativi, relazioni industriali e mercato del lavoro.

... ai team operai protagonisti del sistema di suggerimenti Toyota
[Fonte: Lean Enterprise Institute]

Intervista a Luciano Pero sulla rivista Una città, n. 178/2010.

Descrizione del Metodo ERGO-UAS proposto dalla Fiat ai sindacati per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco (dal sito Uil Metalmeccanici).

Il punto di vista della Fiom Cgil sui sistemi Wcm ed ErgoUas introdotti dalla Fiat - ricordiamo che la Fiom Cgil ha criticato con forza questo accordo.

Testo completo dell'accordo separato siglato da Cisl, Uil e altri sindacati minori con la Fiat per lo stabilimento di Pomigliano (dal sito della Fiom Cgil) - è un esempio di contrattazione relativa all'organizzazione del lavoro di fabbrica.

venerdì, febbraio 12, 2010

L'impresa al servizio della Comunità/ Ricordo di Adriano Olivetti

Adriano Olivetti muore il 27 febbraio 1960 sul treno Milano Losanna all’altezza di Aigle

Nel cinquantesimo anniversario dalla scomparsa di Adriano Olivetti, Radio3 in collaborazione con la Fondazione Adriano Olivetti, dà il via ad ciclo di puntate dedicate alla figura più anomala e singolare dell’imprenditoria italiana dell’ultimo secolo.

Laura Olivetti, ultima figlia di Adriano e Presidente della Fondazione Adriano Olivetti, presenterà Adriano Olivetti. Progettare per vivere nella puntata di Fahrenheit di venerdì 5 febbraio alle ore 17.00. I suoi ricordi personali si intrecceranno con il racconto di Laura Curino che ha messo in scena, con più di cinquecento repliche, lo spettacolo Adriano Olivetti per la regia di Gabriele Vacis.

Adriano Olivetti. Progettare per vivere andrà in onda all’interno del programma Passioni di Radio3, a partire da sabato 6 e domenica 7 febbraio alle 10.50, e ogni fine settimana fino al 28 febbraio. Enrico Morteo ripercorrerà con Alberto Saibene, l’intensa e straordinaria vita dell’imprenditore Olivetti che fu anche intellettuale, politico, editore e urbanista.

Molti gli ospiti che in ogni puntata, tematica, interverranno con le loro testimonianze, da Luciano Gallino e Renato Rozzi a Tullio De Mauro, Sergio Ristuccia, Furio Colombo, Giuseppe Berta, Franco Ferrarotti, Goffredo Fofi.

L’ultima puntata, dedicata all’eredità olivettiana, sarà conclusa da Laura Olivetti che parlerà dell’impegno, delle attività e delle iniziative della Fondazione Adriano Olivetti che lei stessa presiede.

Durante la puntata di Fahrenheit e nel ciclo Passioni verranno mandati in onda diversi contributi audio, dall’archivio RAI e da quello della Fondazione Adriano Olivetti, in particolare una intervista inedita dello stesso Olivetti del 1959. Si ascolteranno inoltre le voci di alcuni tra i più noti collaboratori di Adriano Olivetti oramai scomparsi, nonché manifestdue brani inediti tratti da interviste realizzate a Giulio Carlo Argan e Geno Pampaloni.

Manifesto di Giovanni Pintori (1912-1999),
designer sardo che curò per la Olivetti
alcune delle più note campagne pubblicitarie.
[Fonte:
Olivetti. Storia di un'impresa
]


Fahrenheit - Incontro con Laura Olivetti [ascolta la puntata]

Venerdì 5 febbraio alle ore 17.00

a cura di Susanna Tartaro

conduce Tommaso Giartosio

Passioni - Adriano Olivetti. Progettare per vivere [ascolta le puntate]

Ogni sabato e domenica dal 6 al 28 febbraio dalle 10.50 alle 11.20

conduce Enrico Morteo con Alberto Saibene

regia di Loredana Rotundo

[Dal blog del Circolo "Giustizia e Libertà di Sassari]

martedì, ottobre 13, 2009

Il Nobel a Ostrom e Williamson, ovvero... quell'aria nuova istituzionalista che investe la teoria economica

ELINOR OSTROM E LA RIVINCITA DELLE PROPRIETA' COMUNI

di Antonio Massarutto, la voce.info, 13.10.2009

Elinor Ostrom

Il premio Nobel a Elinor Ostrom riconosce l'importanza di aver ipotizzato l'esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom è una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione "comunitaria" possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l'atmosfera, il clima o gli oceani. Ma molto significativa anche per l'attuale crisi finanziaria, che si può leggere come il saccheggio di una proprietà comune: la fiducia degli investitori.

Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, infatti, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.

Una terza via tra stato e mercato

Il ragionamento di Hardin partiva dall’esempio delle enclosures inglesi, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l’interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento.
Quando non vi sono le condizioni per un’appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprietà pubblica. Solo i beni così abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprietà privato o pubblico.
Il merito di Elinor Ostrom è stato quello di ipotizzare l’esistenza di una “terza via” tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le “common pool resources” (res communis omnium) dai “free goods” (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.

Su queste fondamenta poggia l’edificio concettuale della Ostrom, la cui opera più importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondità e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia.
Il campo di applicazione delle ricerche sviluppate in questo filone può far storcere il naso: dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.
Non a caso, la lezione della Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non è che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.
Ma è importantissima anche in quei casi – si pensi alla falda acquifera sotterranea e più in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse – in cui un principio di proprietà pubblica è in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l’enormità dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall’altro con la difficoltà politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.

Una democrazia partecipativa

Il lavoro di Ostrom trova punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che attraverso il concetto di gioco ripetuto mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali (equilibri di Nash, di cui la stessa “tragedy of the commons” è in fondo un esempio) possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori “scoprono” il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati in vere e proprie istituzioni. È interessante anche notare come il “comunitarismo” della Ostrom trovi qui un punto di contatto con “l’anarchismo” antistatale; ma Ostrom enfatizza piuttosto l’importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza.
Non mi risulta che Ostrom si sia mai occupata di finanza, ma è quanto meno singolare la coincidenza del premio con la ri-scoperta dell’importanza del capitale sociale e delle regole condivise per il buon funzionamento dei mercati. Forse anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo altro non è che un esempio di “saccheggio” di una “proprietà comune”, la fiducia degli investitori, per ricostruire la quale servirà qualcosa di più di una temporanea iniezione di capitale nel sistema bancario.

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Sono molto felice che Ostrom e Williamson abbiano ricevuto il Nobel per l'economia. Finalmente si fa strada la consapevolezza che la teoria economica non si possa ridurre all'astratta fomalizzazione matematica dei modelli neoclassici. E' ormai evidente che l'analisi delle istituzioni economiche ha conquistato il posto di rilievo che le spetta nello studio dell'economia. E' vero che già in passato l'Accademia svedese aveva lanciato chiari segnali in questa direzione, basti pensare ai riconoscimenti tributati a Myrdal, Simon, North e Coase (e aggiungerei anche Hayek, che non può essere appiattito sull'ortodossia dei Chicago-boys). Tuttavia, oggi, grazie alla ribalta mediatica concessa a Ostrom e Williamson, la consacrazione risulta completa. Questo è un segnale che vale soprattutto per l'opinione pubblica: non sarà più possibile ignorare che esiste una vera alternativa all'economia mainstream.

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«Nell'anno dell'esplosione della crisi finanziaria globale, arrivano due chiari messaggi dall'assegnazione del Nobel per l'economia a Oliver Williamson ed Elinor Olstrom: uno per i policy makers e l'altro per la ricerca sociale. Ai primi viene ricordato che l'uso del mercato ha un costo; che l'efficiente scambio dei diritti e delle promesse contrattuali sul mercato dipende dalla qualità del disegno istituzionale e delle regole che lo governano; che vi sono valori collettivi che non possono essere soddisfatti tramite il mercato. Agli scienziati sociali è ribadita la centralità dell'approccio interdisciplinare ai confini tra economia, diritto e scienza politica.» (Il significato del nobel/ Quando il mercato non è tutto... di Giulio Napolitano e Antonio Nicita, Il Sole 24 Ore, 13.10.09)
In altri termini, l'idea che il coordinamento dell'azione economica sia monopolizzato dal mercato (per di più nell'illusione che sia capace di autoregolarsi, essendo svincolato da ogni forma di controllo statale o sociale) è del tutto falsificata dalla realtà dei fatti. Questa constatazione ha un chiaro riflesso sui fondamenti filosofici e concettuali dell'economia: chi potrà ancora affermare che l'economics basti a sé stessa e non debba invece fare ritorno nel grande alveo delle scienze sociali?

martedì, marzo 31, 2009

Origini della crisi/ La finanziarizzazione dell'economia mondiale

[Foto di Asuransiprudential su Flickr]

Propongo un articolo particolarmente utile per capire gli aspetti finanziari della crisi economica mondiale. Siamo di fronte all'ultimo stadio di una rincorsa secolare che ha visto alla fine prevalere l'economia finanziaria sull'economia reale. La liberalizzazione dei flussi di capitale e la preminenza dei servizi finanziari (specialmente negli USA e in Gran Bretagna) hanno avuto una serie di effetti sul versante reale dell'economia, in relazione all'occupazione, ai consumi, alla produzione e alle strategie d'impresa. C'è da rilevare, tuttavia, il peso dell'egemonia culturale sottesa alla finanziarizzazione dell'economia, fondata sull'esclusione di qualsiasi intervento pubblico, sulla mistica del laissez-faire, sul brevissimo respiro delle scelte aziendali, orientate in modo prevalente a beneficiare azionisti e management.

Tornando alla crisi dovuta allo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare americano e alla correlata proliferazione di titoli derivati inesigibili, occorre mettere in luce quanto viene invece spesso colpevolmente sottaciuto o dimenticato: bisogna infatti partire dall'analisi dell'economia reale, dai profondi disequilibri che hanno permeato negli ultimi 30 anni il mercato del lavoro nel modello capitalistico americano, se si vuole almeno tentare di capire le origini profonde della crisi in atto.

L'illusione di creare sviluppo tramite una vasta deregolazione del mercato del lavoro, concretizzatasi nella riduzione generalizzata dei salari per gli strati popolari, ha determinato - affinché il meccanismo della crescita dei consumi non si arrestasse - la necessità di drogare l'economia con il ricorso sistematico ai redditi da capitale (in un periodo di rialzi costanti degli indici azionari di borsa) e ai prestiti facili delle finanziarie, per far quadrare i bilanci delle famiglie e garantire loro un tenore di vita non dissimile da quello del passato. Alla fine l'organismo non ha retto alla somministrazione crescente del dopante finanziario.

Ma questa evidenza mette in seria discussione la validità concreta del modello americano (di quel tipo di capitalismo che è stato definito "anglosassone") e rischia di comprometterne in maniera definitiva l'egemonia culturale. E' lo stesso modello che alcuni autorevoli economisti, sulle colonne dei principali giornali italiani, continuano a proporre come l'unico in grado di aumentare ricchezza e benessere per la collettività. Mi chiedo: che differenza c'è fra la cieca adesione alle ideologie comuniste di un tempo e l'ottusa pretesa di reiterare una visione dell'economia che con la crisi americana è andata in pezzi?

Ronald Dore

A questo proposito e' utile leggere "Financialization of the Global Economy",*** scritto da Ronald Dore, celebre interprete controcorrente del successo nipponico degli anni '80 (cfr. l'ossimorico Flexible Rigidities).

E' un sociologo economico che utilizza i metodi di studio comparativi per analizzare i differenti capitalismi nazionali (significativo a questo proposito lo studio del 2000: Stock Market Capitalism, Welfare Capitalism: Japan and Germany versus the Anglo-Saxons, tradotto dal Mulino nel 2001 con il titolo Capitalismo della borsa o capitalismo del welfare?).

Per gli argomenti trattati e la metodologia scientifica applicata, possiamo senza dubbio collocare Ronald Dore all'interno della prospettiva istituzionalista.

Breve nota biografica
Ronal Dore è nato nel 1925 a Bournemouth (nel Dorset, sulla Manica). Imparò la lingua giapponese durante la Seconda guerra mondiale e al Paese del Sol Levante ha dedicato tanti anni di studio, a cominciare dal saggio "City Life in Japan" (1958), indagine sociologica su un quartiere di Tokyo. Un'analisi comparata del sistema industriale britannico e di quello giapponese è contenuta volume del 1973 British Factory/Japanese Factory. Due altri suoi libri, tradotti anche in italiano nelle edizioni Il Mulino, sono: Bisogna prendere il Giappone sul serio (1990), dove il nostro autore spiega il successo competitivo del Giappone nel dopoguerra come effetto dell'etica confuciana, e Il lavoro nel mondo che cambia (2005), una rilettura dei diversi modelli di capitalismo alla luce della globalizzazione, che riprende una serie di conferenze tenute presso l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) di Ginevra [notizie tratte dal Sole 24 Ore, 21.03.2006, intervista a Dore sulla resilience giapponese].

Altre risorse
  • Una sintetica ma esaustiva presentazione degli studi di Dore è contenuta nella scheda a lui dedicata nel sito della Academy of International Business [in inglese].
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*** E' il testo completo, in lingua inglese, pubblicato sulla rivista Industrial and Corporate Change del dicembre 2008; la versione italiana è apparsa in contemporanea sulla rivista Stato e Mercato, dicembre 2008 con commenti di Barba Navaretti e Bragantini.

domenica, febbraio 03, 2008

I nipotini di Simon: prove tecniche di dialogo.

Buone notizie per chi pensa che sia possibile (oltre che auspicabile) un incontro fra la scienza organizzativa e l’economia istituzionale ed evolutiva. Peccato non poter andare a Cipro…

James March,
uno dei padri della teoria organizzativa e della behavioural economics

* * *

The Fourth Organization Studies Summer Workshop:

Embracing Complexity:
Advancing Ecological Understanding in Organization Studies

57 June 2008, Pissouri, Cyprus

Convenors:

Kevin J. Dooley, Arizona State University, USA
Lloyd Sandelands
, University of Michigan, USA
Haridimos Tsoukas
, ALBA, Greece & University of Warwick, UK

Keynote Speakers:

Michael D. Cohen, University of Michigan, USA, co-author of Harnessing Complexity: Organizational Implications of a Scientific Frontier
Brian Goodwin
, Schumacher College, UK, co-author of Signs of Life: How Complexity Pervades Biology
Peter Harries-Jones
, York University, Canada, author of A Recursive Vision: Ecological Understanding and Gregory Bateson
Katherine Hayles, University of California-Los Angeles (UCLA), USA, author of How we Became Posthuman: Virtual Bodies in Cybernetics, Literature and Informatics

Geoffrey Hodgson, University of Hertfordshire, UK, Editor-in-Chief of Journal of Institutional Economics, author of How Economics Forgot History
Frederick Turner, University of Texas at Dallas, USA, author of Culture of Hope: A New Birth of the Classical Spirit

About the Topic

"We are observing the birth of a science that is no longer limited to idealized and simplified situations but reflects the complexity of the real world, a science that views us and our creativity as part of a fundamental trend present at all levels of nature."
Ilya Prigogine, The End of Certainty: Time, Chaos, and the New Laws of Nature

"Once we begin to think in ecological terms, we shall soon learn that every niche or habitat is one of its own kind, and that its demands call for a careful eye to its particular, local, and timely circumstances. The Newtonian view encouraged hierarchy and rigidity, standardization and uniformity: an ecological perspective emphasizes, rather, differentiation and diversity, equity and adaptability."
Stephen Toulmin, Cosmopolis: The Hidden Agenda of Modernity

At the end of The Social Psychology of Organizing, Karl Weick urges practitioners to "complicate" themselves. A complex practitioner sees patterns, says Weick, a less complex one misses. It is, in effect, a variation of Ashby's law of requisite variety, which Weick often refers to in his book: only complexity can cope with complexity. But Weick directs this particular advice not only to practitioners: organization theorists, too, need to acknowledge the complexity of their object of study – organization(s) – and reflect it in their theoretical frameworks and research designs. Indeed, the entire The Social Psychology of Organizing may be seen in such terms: how social systems in general, and organizations in particular, might be rethought in terms of processes; how emergence is an irreducible part of organization; how it is more complex to think in terms of verbs than nouns; and how thinking is complexified when it embraces ambivalence and paradox. Weick invites us to see organization not merely as a system of authoritative allocation of resources, but also as a self-generating pattern – a system of immanently generated order. His notion of organizing makes this concept suitable for the analysis of socioeconomic phenomena at different levels: from small groups, right up to large-scale processes of socioeconomic change.

Similar themes are echoed in James March's work. Issues of ambiguity, retrospective sensemaking, confused and unstable preferences, negotiated goals, and limited rationality have been consistently highlighted in March's research. The vocabulary may be different from that of Weick but the outcome is similar: to obtain a more complex understanding of what organizations are and how they function. For March, rationality is not only bounded but, also, adaptive, contextual and retrospective. Organizations resemble more garbage cans than neat pyramids. Reason is not omniscient – it is developmental, experiential and embedded in social practices. Ambiguity is part of the human condition; individuals are both observers and participants in the decision making processes they are part of.


Karl Weick, ovvero l'«organizzare» in evoluzione


March and Weick have helped shift organization studies from the "Newtonian style" of abstract formalism, or what philosopher Stephen Toulmin calls "the decontextualized ideal", according to which the sciences at large, and organization studies in particular, should search for the universal, the general and the timeless. The Newtonian style is acontextual and ahistorical: contextual influences upon the phenomenon under study must be turned off so that its intrinsic properties may be reveled; time is reversible, and prediction is symmetrical with explanation. The Newtonian style seeks to dispense with the contingent experience of empirical diversity to identify, under controlled conditions, universal principles. The style of thinking that underlies March and Weick's work is different. It resonates with developments in strands of traditional cybernetics and systems thinking, secondorder cybernetics and, more recently, chaos and complexity science, autopoietic systems, and post-modern philosophy. According to Toulmin, post-War intellectual, social and technological developments made it increasingly possible to challenge the reductionism involved in the Newtonian ideal and articulate what he calls the "ecological style", a style of thinking that embraces complexity by reinstating the importance of the particular, the local, and the timely. The ecological style acknowledges connectivity, recursive patterns of communication, feedback, nonlinearity, emergence, tacitness, change.

From an ecological perspective, organizational phenomena are seen to consist not of dissociated collections of parts but of wholes emerging out of the interactivity of constituent parts, embedded in broader wholes, especially societal institutions, interorganizational fields, and technological paradigms. Organization is not only imposed from outside but is also immanently generated from within – self-organization is an irreducible feature of social systems. The patterns we observe are crucially shaped by initial conditions and path-dependent processes. Organizations cannot escape finitude, historicity and circularity: they reproduce the beliefs and institutional practices of the societies in which they are embedded. Interacting with their environments, organizations do not confront independent, meaning-free entities but engage in processes whereby organizations create opportunities for understanding themselves, and, in so doing, they shape their links with other organizations in their own image. Individual as well as organizational action is never purely instrumental – it is highly performative. Organizational members are not presented with objective problems but they actively construct the problems they face through the application of the symbols, categories, labels and assumptions contained in the tools they use and the practices they draw upon. Change is not an epiphenomenon, but deeply involved in the generation of stability. Novelty is not an exception but immanent in the carrying out of routine action. Improvisation is not an optional extra but permeates rule-governed behavior. Situatedness matters. Materiality cannot be discounted. Time and irreversibility are generative of new forms. Unintended consequences cannot be ignored. Chance and contingencies are critical.

Unlike the Newtonian style, therefore, the ecological style seeks to embrace complexity rather than reduce it; it is sensitive to process, context and time; it makes links between abstract analysis and lived experience; is aware of the realityconstituting (as opposed to merely representational) role of language; accepts chance, feedback loops, and human agency as fundamental features of social life; acknowledges the social and bodily embeddedness of cognition; seeks to make connections between hitherto opposed notions, such as structure vs. agency, mind vs. body, individuality vs. sociality, organization vs. environment, ideas vs. objects, abstraction vs. materiality, mind vs. body, thinking vs. practice, substance vs. process, knowable vs. unknowable, explicit vs. tacit, rationality vs. politics, substantive vs. symbolic, formal knowledge vs. experiential knowledge, system vs. lifeworld.

The commanding vision of the ecological style is, to use Gregory Bateson's language, to establish a new unity between mind and nature, or, in Toulmin's terms, a new cosmopolis. Such an aspiration naturally places a high premium on interdisciplinarity, theoretical cross-fertilization, and conceptual connectivity. The interconnectedness of the phenomena we study needs to be reflected in disciplinary interconnectedness. Only complexity can cope with complexity.

In the Fourth Organization Studies Summer Workshop we aim at exploring further the implications of the ecological style of thinking about organizations and how it might be incorporated in organizational research. Topics and issues may indicatively include the following:

Modeling organizations as: complex adaptive systems, far-from-equilibrium systems • Connectionist images/models of organizations • Organizations as living systems • Understanding: path-dependencies; emergence; recursiveness; and embeddedness in organizational phenomena • Secondorder cybernetics, autopoiesis and cyber-semiotic perspectives in organization studies • How order is generated and sustained in social systems • Conceptualizing organizational complexity • How organizations cope with complexity – Understanding organizational change and strategy making in complex terms • Rethinking: rationality; cognition; and power in organizations in complex terms • Herbert Simon, complexity and organization design – Austrian economics, complexity and firms • Chaos & complexity science and organization studies: More than metaphor? • Self-organization in social systems • Routine and novelty in organizations • Ecological communication and organizations • Time, history and complex organizational behavior – Complex theorizing of complex organizations • Capturing complexity through appropriate research designs • The ecological style and post-rationalist philosophy • Phenomenology, pragmatism, process philosophy and complex thinking in organization studies • Complexity and practical reason: Enhancing practitioners' complex thinking • Complexity, ecological understanding and narratives – Complexity, language and aesthetics • Organization studies as a science of qualities.